giovedì 22 maggio 2008

Commenti al documento del Consiglio nazionale

Ti mando quanto ho scritto al Presidente a proposito
della Dichiarazione in oggetto. Ciao Domenico

Caro Presidente,
leggo la dichiarazione in oggetto che Pia Medici, con la sua solita bontà,
ha trasmesso a tutti i Roma 15.
Ti scrivo per comunicarti che non gradisco i predicozzi generici dove si richiamano
ovvietà, non è certo il modo di comportarsi di un Movimento Scout che ha come motto
“Qui ed ora”. Non sopportiamo le chiacchiere.
Prego nome e cognome delle cose condannabili e motivazioni precise di condanna.
Ti saluto caramente
Domenico Lo Moro

I contributi per la catechesi

STEFANO
Consiglio di fissare l'attenzione su uno dei capitoli che rimane ancora da leggere, il 47. Ve lo allego qui sotto. Lo trovo veramente eccezionale. Un esempio paradigmatico di tutta la peggiore sovrastruttura costruita sopra e intorno ad un semplice messaggio di amore:"Ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso".
Un gotico repertorio dell'immaginario paranoico e della antropomorfizzazione di un Dio che noi conosciamo come Amore solo attraverso le parole di Gesù. Perchè di Dio e del suo amore si può fare esperienza solo attraverso le parole e le azioni di un uomo che ce lo renda manifesto per l'azione dello Spirito. Allora, a chi e a che serve questo vaniloquio, e su quale "conoscenza" si regge ?

47. Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l'incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l'impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia. È chiaro che la « durata » di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il « momento » trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno – è tempo del cuore, tempo del « passaggio » alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo[39]. Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L'incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l'uno con l'altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza « con timore e tremore » (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro « avvocato », parakletos (cfr 1 Gv 2,1).