STEFANO
Un gotico repertorio dell'immaginario paranoico e della antropomorfizzazione di un Dio che noi conosciamo come Amore solo attraverso le parole di Gesù. Perchè di Dio e del suo amore si può fare esperienza solo attraverso le parole e le azioni di un uomo che ce lo renda manifesto per l'azione dello Spirito. Allora, a chi e a che serve questo vaniloquio, e su quale "conoscenza" si regge ?
47. Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l'incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l'impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia. È chiaro che la « durata » di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il « momento » trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno – è tempo del cuore, tempo del « passaggio » alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo[39]. Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L'incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l'uno con l'altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza « con timore e tremore » (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro « avvocato », parakletos (cfr 1 Gv 2,1).
5 commenti:
Caro Stefano,
"...un Dio che noi conosciamo come Amore solo attraverso le parole di Gesù. Perchè di Dio e del suo amore si può fare esperienza solo attraverso le parole e le azioni di un uomo che ce lo renda manifesto per l'azione dello Spirito."
Attenzione, molta attenzione, mi sembra che tu stia incappando in una specie di antinomia o, nella migliore delle ipotesi, in una sostanziale assolutizzazione della salvezza solo attraverso la conoscenza di Gesù storico, posizione su cui già GPII ha saputo essere piuttosto chiaro.
Il cristianesimo storico assoluto di elaborazione agostiniana e tommasea, ha autorizzato per secoli il Magistero a ritenere dannate, o destinate al Limbo che praticamente è una dannazione, i nati che non avessero potuto accedere al battesimo in Cristo o a quelli vissuti prima della rivelazione di Cristo. In tempi recenti, anche se un po' sottovoce, la Chiesa ha cominciato ad affermare la convinzione della salvezza dei giusti anche senza la conoscenza di Gesù.
Sono (quasi) certo che sarai d'accordo con me (e qualcun altro) che l'amore di Dio, e dunque lo Spirito di Gesù, ("...nato dal Padre prima di tutti i secoli..."), è nato con la creazione, anzi è nella creazione stessa e, in potenzialità, dentro qualunque uomo, apice di questa creazione, fin dalla sua nascita. Se dunque l'amore è connaturato alla creazione ed è accessibile all'umanità in quanto tale, l'amore era ed è liberamente sperimentabile da chiunque, anche prima di Cristo e persino a prescindere da Gesù. Questa convinzione autorizzerebbe finalmente a parlare dell'amore di Dio (di Allah, di Shiva, di Manitu' ecc.) come verità assoluta, che per essere assoluta deve valere per tutti gli uomini di ogni tempo, di ogni fede e perfino di ogni ateismo, e che può anche infischiarsene delle eventuali ottusità di Pastori concentrati a difendere il primato dei cattolici su tutte le confessioni, piuttosto che il primato di Dio-amore su tutte le fedi. Tra questi Pastori, non trovo che Ratzinger sia il più risoluto né il più ottuso, anche alla luce del par. 47, che ti inviterei a rileggere con altra predisposizione critica e con pazienza verso le speculazioni più teologiche. D'altra parte, il messaggio di amore tanto semplice non deve essere se la società, e noi stessi, ne restiamo ancora così impermeabili.
Grazie del contributo e Salutoni
Gabriele
Chi mi può spiegare che cosa c'è in questo vignuzzolodelcavolo da fargli così rodere il fegato e fumare le meningi davanti anche alla sola ombra di Benedetto XVI?
La prosa di Papa Ratzinger non è certo facile; quel numero 47 di Spe Salvi è assai complesso, ma non si capisce perché il sunnominato ci debba sparare contro quelle sue frasi artificiosamente roboanti, barocche e dissennate.
Se le catechesi familiari di Sant'Ippolito sono dello stesso tono, mi domando a che titolo questa gente pensi di appartenere alla Chiesa. A meno che si riferiscano al breve tempo in cui Ippolito fece l'antipapa a Roma. Ci volle poi l'esilio comune nelle miniere di Sardegna per riconciliarlo con il legittimo Papa, Ponziano.
Perché tanto accanimento, perché tutto questo livore? Alla fine che cosa vuol dimostrare? Che sa "pontificare" meglio di Ratzinger?
A Ste', fallo pure se te piace, ma nun venì a stomacamme co le tue sparate. E' più simpatico Don Chisciotte che sprona Ronzinante contro i mulini a vento.
Mauro
Ragazzi, non c'è nessun livore. C'è un parziale, ma forte, disaccordo sul modo di intendere la religione. Le parole non sono neutre, né eterne. Con il tempo acquistano significato, con il tempo cambiano significato, con il tempo perdono significato. Il mondo cambia intorno a loro. Il mondo conosciuto e quello ancora sconosciuto. E il mondo che cambia cambia il senso delle parole. Oggi, le parole di Gesù sono spesso inchiodate da troppe parole su Gesù. E spesso troppo antiche. Però non c'è il coraggio di parlare la lingua di oggi. I risultati si vedono nella lenta ma progressiva riduzione della presa dell'annuncio della Chiesa cattolica. Quante parole, cattedrali, dottrine, divieti e proibizioni, dogmi e prescrizioni, obblighi e riti, magie e superstizioni, Limbi e Purgatori, santi veri o fasulli, reliquie spesso fasulle, santuari più o meno miracolosi, madonne che parlano e madonne che piangono, abbiamo costruito intorno a un insegnamento semplice. Il messaggio di amore è assoluto, come dice Gabriele, anche se la mia cultura mi fa conoscere come Parola di Dio la parola di Gesù (senza escluderne altre). Ed è anche semplice. Se non lo sembra è a causa di come viene travestito. Se la società, e noi stessi, ne restiamo ancora così impermeabili, come dice Gabriele, è perchè non vogliamo liberarci delle convinzioni, delle priorità e delle "giuste idee" che abbiamo assorbito da piccoli e meno piccoli. E io non ho alcun problema con la Chiesa. Questo non vuol dire che non si possa criticare. L'attuale ortodossia si è formata attraverso una scelta, forse casuale, tra tante eterodossie possibili. Papa Ratzinger non mi piace. Segue una teologia vecchia e superata (secondo me, naturalmente). E sarei curioso, al di là di posizioni "diplomatiche", di sapere cosa ci trova di buono Gabriele in quel capitolo. A parte questo, può darsi benissimo che io abbia torto e Ratzinger ragione. Ma questo non toglie il mio diritto di non essere d'accordo, finchè non mi convincete del contrario. D'altra parte, se Gesù si fosse limitato a fare il buon ebreo, adesso non saremmo qui a parlare di queste cose. E non vedo dove sia il male di parlarne e confrontarsi seriamente, senza limitarsi a dire "bravo, bravo, com'è bravo, com'è profondo". Se poi volete che io taccia, tacerò e amici come prima. Senza livore.
Stefano
Vorrei, in maniera sintetica, cercare di incoraggiare e rendere la discussione proficua:
1. L'appartenenza alla Chiesa per fortuna non la decide p. Mauro, il cui sacerdozio non gli conferisce alcuna autorità sulla libertà di rappresentare una sincera critica o un disagio rispetto a come si evangelizza il mondo, semmai gli impone di perseverare nell'ascolto e nell'argomentazione.
2. Non mi pare di aver mai interpretato esigenze diplomatiche verso il Magistero, anzi; soffro infatti quanto Stefano sia le moderne idolatrie consentite e alimentate dal clero (ultima in ordine di tempo l'esposizione degli oggetti sacri comprati dai "pellegrini" presso la sacrestia della Mentorella ed esposti a fine Messa alla benedizione del celebrante, su sua richiesta), sia i fardelli para-etici imposti da certi autorevoli guardiani (sedicenti difensori) della Fede, sia la caparbietà con cui si nasconde ai ragazzi la semplicità e la potenza del Vangelo nei catechismi di preparazione ai sacramenti.
3. Capire la teologia di Ratzinger E' LO SCOPO DEI CICLI DI CATECHESI DI QUEST'ANNO. Siamo lì per questo, su questo dobbiamo impegnarci, e dobbiamo ingaggiarne lo studio prima degli incontri, come ha fatto Stefano e come ho auspicato più volte quando abbiamo cominciato. Non sarà stata vana questa discussione se del cap. 47, alla fine dei giochi, avremo capito qualcosa parlandone tra noi.
4. Negli ultimi tempi, con mia grande sorpresa, ho scoperto di essere vittima io stesso di pregiudizi, più giornalistici che altro, verso la teologia di Ratzinger, che non è affatto pedante e restauratrice e che era già moderna, perfino coraggiosa, 40 anni fa. Certe volte ho la sensazione che, per eccesso di responsabilità o diplomazia verso istanze più conservatrici, Ratzinger freni certi slanci teologici. Questo non toglie nulla alla severità, per me eccessiva, con cui ha gestito alcune spinose faccende ecclesiali, anche se non ha mai lesinato ampie motivazioni, talvolta convincenti.
5. La teologia, questa sconosciuta vituperata "sovrastruttura", rappresenta uno dei tanti cammini del pensiero che, sotto varie forme ed espressioni, guarda alla Verità senza mai afferrarla: vi si avvicina sempre un pochino di più, spesso se ne allontana, ma non arriva mai a destino. E' inevitabile che la teologia assuma, rispetto alla lettera biblica che deve usare un linguaggio universale, contorni frastagliati, arzigogolati, spiraloidi, ma una cosa è storicamente certa: ogni volta che la teologia è stata debole o forzata o contradditoria, la spiritualità popolare (collettiva per intendersi) ne ha sofferto, ritardando il cammino dell'umanità verso la Verità e provocando anche mostruosità epocali. Perciò, ahinoi, serve come il pane.
Saluti e baci.
Gabriele
Questo era il mio primo intervento, ma avevo dimenticato di inserirlo. Lo aggiungo perchè altrimenti non si capisce parte del commento di Mauro.
Dal momento che anche la prossima riunione sulla catechesi coincide con un nostro altro appuntamento (la riunione di tutti i gruppi di catechesi familiare di Sant'Ippolito), vi mando un mio piccolo contributo (per ora, aspettatevi altre cose) con una piccola parabola del gesuita indiano Anthony De Mello . Non senza precisarvi che nel 1998 l’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (un certo card. Ratzinger) ha dichiarato che le posizioni del povero De Mello sono “incompatibili con la fede cattolica e possono causare gravi danni”:
Un esploratore tornò al suo paese, dopo molti anni trascorsi sul Rio delle Amazzoni. La gente era curiosa di sapere cosa aveva visto e provato. Lui provò a raccontare a parole le sensazioni che gli avevano riempito il cuore quando aveva contemplato fiori stupendi, ascoltato i suoni della giungla notturna, percepito il pericolo delle fiere, navigato sulle acque oscure del fiume e disse ai concittadini:”Andate a vedere voi stessi; nessun racconto può sostituire l’esperienza personale e il rischio personale”. In base al suo racconto, quelli tracciarono una mappa del Rio delle Amazzoni, con molta minuziosità, ed esposero la mappa nella piazza maggiore del paese. Copie di quella cartina cominciarono a circolare dappertutto. Nessuno di loro era mai stato sul Rio delle Amazzoni, ma tutti pensavano di conoscere ogni particolare del fiume: profondità, cascate, anse, fauna e flora… Considerandosi ormai esperti, molti di loro cominciarono a girare il mondo, spiegando come era fatto il Rio delle Amazzoni, che non avevano mai visto, ma pensavano di conoscere perfettamente. Se l’avesse saputo, il povero esploratore avrebbe rimpianto di aver lasciato tracciare quella mappa e di non essere riuscito a invogliare la gente a rifare la sua esperienza.
Saluti a tutti
Stefano
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